— Alessandro Maria Nacar

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Al bar del teatro mi innamoro di lei, di come regge il calice di rosso. Ricambia lo sguardo e penna su taccuino schizzo il suo viso. Mi segue a spettacolo finito. Mentre slego la bici aspetta ferma a qualche metro. Accende una sigaretta. La saluto inchinando la testa come un giapponese e fuggo.

Mi sono licenziato mesi fa. Quella che sembrava una scelta irriflessiva era in realtà l’unica opzione. Sono una persona migliore, felice.

“Vuoi lavorare per noi? Attento però, se chiedi di essere pagato non ti rispondo”

Acrilico, china e cane su carta.

I due protagonisti dopo un momento di unione (in parte immotivata) sentirono il bisogno di sparire. Di prendersi (senza strattoni) la propria identità. Fine.

L’ex capo Fabrizio, perplesso di fronte a tutti i miei amici barbuti, finì per associare l’esubero di pelo facciale all’omosessualità. “Secondo te lui ha la barba?” Fece indicando un suo amico glabro da testa a piè. “Incolta!” risposi convinto io.