— Alessandro Maria Nacar

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Una natura (quasi) morta. Esperimenti (riusciti) di convivenza. La panna (mi raccomando) nelle cime di rapa.

Questa solitudine conquistata con metodo mi ha stampato in viso un bel sorriso.

Negligentemente però ho perso l’unica persona che volevo abitasse il vuoto creatomi attorno.

Buonanotte.

Vado a vedere la casa il primo Gennaio 2012. Decido di non festeggiare la sera del trentuno bensì di battezzare il nuovo anno girovagando per Milano alle prime luci dell’alba.

Citofono quarantadue, salgo al quarto piano. Sorrido di fronte alle indicazioni di utilizzo nell’ascensore: Non adatta a persone inesperte nell’uso. Aperta la porta trovo gente sconosciuta accasciata a terra con il volto coperto. Un lebbrosario. Lascio la caparra, prendo le chiavi, inforco la bicicletta e torno in strada. È Capodanno Ale, ripeto fra me e me, da domani sarà tutto normale.

Circa dieci giorni dopo m’insedio nella nuova abitazione, nella mia stanza c’è una grande parete rossa. A pennellate spesse un cubo bianco in assonometria. Quella parete sembra urlare: “Io vivo a Milano ma presto andrò a Berlino.” Sotto il nuovo intonaco bianco lo spessore degli spigoli del cubo ancora si può vedere.

Piccoli accorgimenti rendono l’ambiente dal quale scrivo la mia casa. Non chiudo mai le persiane. Da quasi un anno di fronte a me si staglia ogni mattina un palazzo disabitato dalle tapparelle verdi. Dall’elenco delle cose da fare ho cancellato “comprare bastone e tenda.”

L’autore del cubo chissà ora dove vive.

Questa è la storia di un treno con un solo vagone, quello merci. Ogni giorno dalla frazione di Triolo al comune di Cetraro. Da quanto è bello, nonostante gli anni di servizio, tutti applaudono quando giunge in stazione. Il treno all’andata guarda i cavalli correre in ordine sparso e prova una piccola invidia. Il treno al ritorno guarda le mucche placide ruminare e prova una piccola invidia. Questi binari sono una prigione ma senza di essi farebbe ben poca strada.